Traffico di migranti, traffico di esseri umani

Traffico di migranti, traffico di esseri umani

Una straordinaria relazione del Procuratore Generale di Roma Giovanni Salvi ha chiarito aspetti rilevanti di quel che sta succedendo sulle rotte che traghettano uomini, donne e bambini dall’Africa subsahariana verso le coste del meridione italiano.

Giovanni Salvi ha svolto la sua lectio magistralis con grande efficacia la scorsa settimana nell’aula magna della Link University, un edificio che sorge a 700 metri dal Lido Verde, la stazione balneare dove sei migranti egiziani affogarono davanti al litorale catanese affollato da bagnanti increduli su quel che stava accadendo. Era il 10 agosto del 2013 e quel barcone di legno era uno dei molti navigli di ogni grandezza, genere e tipo che hanno trasportato sulle coste siciliane centinaia di migliaia di vivi e qualche migliaio di morti.

Da allora moltissime cose sono cambiate, con una dinamica rapidissima che ha coinvolto le due sponde del Mediterraneo. Il porto di Catania, va ricordato, nel 2017 è stato il bacino di accoglienza civile più affollato del nostro paese; secondo solo a quello di Augusta, un molo militare situato a non più di 40 km a sud dal capoluogo etneo.

DIPARTIMENTO DELLA PUBBLICA SICUREZZA

Non interessa esaminare qui la dinamica confusa con cui i paesi europei hanno affrontato il problema. E nemmeno la trasformazione del dispositivo militare messo in atto in questi anni. Stravaganze e sciocchezze di ogni genere a questo proposito le lasciamo ai populisti che lucrano voti sulla paura indotta da quella che amano definire l'”invasione a rischio terrorismo”.

Evitare di mescolare dissennatamente fenomeni complessi che possono essere governati – e quando necessario efficacemente contrastati – solo studiandoli a fondo, questo sì è davvero utile. Ed è esattamente quello che stanno facendo Magistratura e Forze di sicurezza italiane, in questo campo leader riconosciute a livello europeo.

Ecco allora che vengono in soccorso le tesi esposte dal Procuratore Generale di Roma. Giovanni Salvi è partito da una prima considerazione. Traffico internazionale di migranti, traffico di essere umani e terrorismo, per essere combattuti efficacemente, vanno indagati e compresi come fenomeni distinti.

Il traffico di migranti si è evoluto. Non più barconi malconci che tentano la traversata a partire dalle coste vicine della Tunisia o della Libia, ma grandi imbarcazioni in partenza dalla Turchia o dall’Egitto che, dopo essere transitate a sud di Creta, giunte a 200-250 miglia dalle coste siciliane scaricano i migranti su imbarcazioni sovraccariche e inadatte a una qualunque traversata, obbligando la Guardia costiera e la Marina militare italiana a intervenire. Questo è il quadro davanti al quale la Procura di Catania proprio a partire dal 2013 si è trovata innanzi.

Agli occupanti di un barcone in arrivo era possibile, al massimo, contestare il reato di ingresso clandestino e quello di favoreggiamento allo scafista. Ma nulla poteva accadere alle imbarcazioni dei trafficanti giunte al confine delle acque territoriali. Per contrastare il fenomeno c’è voluto uno sforzo giuridico che ha posto in applicazione il Protocollo delle Nazioni Unite sulla prevenzione, soppressione e persecuzione del traffico di esseri umani, sottoscritto da 168 Stati a Palermo nel dicembre del 2000.

Attraverso questo disposto l’autorità italiana (nella fattispecie il Procuratore di Catania Zuccaro, con i Sostituti procuratori Bonomo e Liguori) ha affermato la sua giurisdizione anche in acque internazionali, contestando il reato transnazionale a chi volontariamente causa interventi di salvataggio in acque nazionali o internazionali.

Quando Triton, lanciata dalla Ue nel novembre del 2014, sostituisce Frontex Plus, la situazione cambia di nuovo. E radicalmente. Sono questa volta le navi di alcune Ong a raggiungere il confine dalle acque libiche per tentare il soccorso a volte accordandosi direttamente con gli organizzatori dei trasporti al fine di scongiurare il peggio. Nasce allora nelle autorità italiane l’esigenza di concepire nuovi strumenti investigativi per comprendere cosa stia accadendo direttamente in territorio libico.

E da queste investigazioni emerge con chiarezza che uno spezzone dell’attività dei trafficanti si configura non più semplicemente come traffico di migranti, ma si trasforma in vero e proprio traffico di esseri umani. E cosa ben diversa quando un migrante volontariamente si consegna a un’organizzazione per essere trasportato in Italia, da quando lo spostamento avviene contro la volontà del soggetto o addirittura è concepito al fine di avviarlo a prostituzione e schiavismo. Quello che accade per esempio per la tratta delle giovani nigeriane sottoposte a sistematico sfruttamento in Sicilia come nel resto d’Europa.

A latere della lectio magistralis di Giovanni Salvi, dal Responsabile della Comunità di Sant’Egidio in Sicilia, Emiliano Abramo qui in veste di moderatore dell’incontro, abbiamo appreso un nuovo terribile tecnica messa in atto dai nuovi schiavisti: quello dei cosiddetto trolley boy. Giovane, maschio, incensurato il trolley boy viene reclutato con la promessa di un trasferimento rapido in Europa, sempre presentata come il Paese del Bengodi. Il giovane però ha un compito: accompagnare una minorenne che gli viene affidata per essere custodita durante il viaggio e assistita al momento dello sbarco quando dovrà rispondere nella maniera giusta (ma falsa) circa l’età e l’intento con cui ha intrapreso lo spostamento. La giovane donna giunta a destinazione è destinata immediatamente a raggiungere i marciapiedi del nostro continente.

L’esperienza diretta ha insegnato alle Forze dell’ordine che un migrante che impiega 20 o 30 giorni al massimo per raggiungere le nostre coste è quasi sempre un trolley boy. Per gli altri, la stragrande maggioranza, se sono riusciti a non affogare prima, la permanenza e le torture subite nei campi (cibo insufficiente, nessuna possibile cura medica, stupro dispensato indipendentemente dal sesso di appartenenza) in territorio libico possono avere durata variabile, ma senza confronto molto più lunga.

Da quanto detto emerge ciò che doveva essere ovvio fin dall’inizio, ossia che i flussi migratori sono un fenomeno complesso che richiede studio e cautela, prima di poter formulare politiche adatte a governarli. Ci sonograndi motivazioni che spingono uomini e donne a cercare spazi vitali diversi dal luogo in cui sono nati: differenze salariali, differenze nella protezione dei diritti, ricostituzione delle comunità familiari, desiderio di cambiamento.

E poi ci sono le motivazioni di tutti coloro che offrono i servizi per il trasferimento dei migranti da un paese all’altro; che si possono nella maggior parte dei casi riassumere in una sola motivazione: il profitto. Per questo fine sono capaci di alterare i flussi, di alterare le motivazioni, di inventarne di nuove. Come sempre accade nei fenomeni umani e sociali ci sono motivazioni fondamentali che li spiegano, e poi ci sono motivazioni che si innestano successivamente. Non bisogna confonderle.

È come se in occasione della costruzione di un ospedale, necessario per un certo territorio, si desse più importanza al pagamento delle tangenti che all’ospedale stesso. L’ospedale va costruito e le tangenti eliminate. Le tangenti non sono una buona ragione per non costruire l’ospedale. Allo stesso modo, i traffici illeciti nel Mediterraneo vanno repressi, ma non sono una buona ragione per non costruire canali di movimento migratorio sicuri e ben presidiati.